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Project Nimbus: Il Patto Google-Amazon che ha Diviso il Mondo Tech

Inchiesta sul Project Nimbus: il contratto cloud da 1,2 miliardi tra Israele, Google e Amazon. Etica, diritti umani e la clausola del "segnale segreto". Di G. Cubeddu.

ESTERI E GEOPOLITICA

Cubeddu G.mario

12/24/20254 min read

Introduzione

Nel 2021 lo Stato israeliano ha siglato un accordo miliardario con Google e Amazon per portare in cloud buona parte dell’apparato pubblico. Sul tavolo c’erano servizi amministrativi, sanitari, logistici e secondo i documenti poi emersi anche strumenti con ricadute militari. La notizia è tornata centrale quando inchieste internazionali hanno raccontato passaggi poco chiari: segnali cifrati, procedure fuori standard, e la sensazione diffusa che qualcosa fosse stato negoziato lontano dagli occhi del pubblico.

Cos’è realmente Project Nimbus

La definizione tecnica è semplice: Project Nimbus è un contratto per servizi cloud tra Israele, Google Cloud e Amazon Web Services. Ufficialmente lo scopo era aggiornare infrastrutture obsolete, mettere in sicurezza dati sensibili e offrire potenza di calcolo per servizi pubblici.

Nella pratica, però, il progetto ha assunto contorni più complessi. Documenti e testimonianze hanno descritto richieste specifiche da parte israeliana: garantire non solo la localizzazione dei dati, ma anche meccanismi di notifica particolari quando terze parti esterne — incluse autorità straniere — chiedessero accesso a quei dati. È qui che nasce la tensione: un’infrastruttura pensata per la resilienza può diventare anche uno strumento di controllo.

Il “segnale” nascosto: come sarebbe funzionato

Le ricostruzioni parlano di un metodo quasi artigianale eppure efficace: transazioni o micro-pagamenti strutturati in modo da trasmettere informazioni senza usar parole. Un importo, un codice o una sequenza di operazioni finanziarie potevano segnalare la provenienza di una richiesta Stati Uniti, Europa o altro senza dover dare spiegazioni formali al pubblico o al titolare dei dati.

Non è fantascienza: è una soluzione che aggira le procedure standard. Il punto problematico non è tanto la tecnica, ma il fatto che verrebbe usata per tenere all’oscuro chi è interessato al proprio stesso dato. È un modo per trasformare una piattaforma che dovrebbe essere neutrale in un canale di allerta privilegiato.

Perché questa clausola è un problema giuridico

Le leggi sulla protezione dei dati si basano su trasparenza e responsabilità. Quando un provider riceve una richiesta legittima, normalmente il cliente viene informato o esistono procedure chiare che tutelano i diritti degli interessati. Se si introducono notifiche “offshore” o segnali cifrati, le regole si saltano senza che il pubblico lo sappia.

A livello internazionale, poi, emergono contraddizioni: accordi bilaterali fra aziende e Stati si intrecciano con leggi nazionali, convenzioni e giurisdizioni sovrapposte. Il risultato rischia di essere un groviglio legale nel quale solo pochi attori, con accesso alle clausole reali, capiscono cosa succede davvero.

L’intelligenza artificiale dentro il cloud: opportunità e rischi

Project Nimbus non è solamente storage e rete: include anche servizi di intelligenza artificiale. L’AI può automatizzare processi amministrativi, migliorare l’efficienza dei servizi sanitari, riconoscere pattern utili per la sicurezza civile. Ma è qui che si apre il vaso di Pandora.

Se l’AI viene addestrata con dati sensibili e applicata in contesti militari o di ordine pubblico, gli errori non sono più semplici bug: possono tradursi in decisioni che incidono su vite, identità e movimenti delle persone. Nei contesti di occupazione o controllo territoriale la probabilità di bias, di errori su minoranze o di uso strumentale cresce in modo esponenziale.

Le reazioni dentro le aziende: dissenso e mobilitazione

Non è rimasto tutto dentro le stanze dei manager. Dipendenti di Google e altre aziende hanno sollevato obiezioni pubbliche e interne: petizioni, scioperi simbolici e lettere aperte per chiedere trasparenza o la cancellazione di parti del contratto. La protesta dei lavoratori tech ha mostrato che dentro le società esistono ancora freni morali e tensioni reali su come la tecnologia viene impiegata.

Le azioni degli impiegati non hanno sempre avuto effetto immediato, ma hanno acceso un dibattito pubblico che ha reso più difficile trattare il tutto come un accordo tecnico-da-eseguire.

La risposta ufficiale delle aziende e lo spazio grigio della comunicazione

Google e Amazon hanno replicato in modo prevedibile: il lavoro riguarda carichi non sensibili, si rispettano le leggi, non ci sono backdoor. Ma la narrazione ufficiale fatica a rispondere alle domande di merito: quali esattamente erano le richieste tecniche? Chi ha valutato i rischi? Chi ha autorizzato l’uso militare di strumenti derivati da infrastrutture civili?

Le risposte vaghe lasciano campo al sospetto. Quando la trasparenza è limitata, interviene il dubbio, e il dubbio genera sfiducia verso istituzioni e imprese.

Impatto geopolitico: quando il cloud diventa leva di potere

Un accordo come Nimbus non resta confinato ai server. Se un Paese rafforza il proprio ecosistema digitale con partner globali, acquisisce un vantaggio strategico: capacità di raccolta dati, controllo infrastrutturale e opzioni d’intervento rapide. Lo scenario possibile è duplice: da una parte, maggiore efficienza amministrativa; dall’altra, una centralizzazione del potere che può essere usata anche in contesti di conflitto.

Altri Stati osservano e prendono appunti: la corsa ai cloud sovrani rischia di moltiplicare modelli simili, con il risultato di frammentare l’internet in bolle nazionali controllate.

Sovranità digitale: protezione o trappola?

La retorica dei cloud sovrani parla di autonomia e protezione dei dati nazionali. È una spinta legittima, ma il rischio è che la sovranità digitale venga declinata come controllo centralizzato senza sufficienti tutele civili. La domanda cruciale resta: chi sorveglia chi sorveglia?

Da questo punto di vista, un osservatore attento vede in Nimbus non soltanto un’opportunità tecnologica, ma anche un precedente normativo e politico che merita confronto pubblico e garanzie indipendenti.

Domande aperte e azioni possibili

Cosa si può fare, in concreto? Alcuni passi immediati e pragmatici:

Chiedere audit indipendenti sull’uso dei dati e sugli algoritmi impiegati.

• Introdurre clausole contrattuali di trasparenza vincolanti e pubbliche.

• Prevedere meccanismi di controllo democratico sull’uso militare o di sicurezza.

• Rafforzare la cooperazione internazionale per regole comuni sui dati cross-border.

Queste misure non cancellano i rischi, ma li riducono: rendono percorribile un percorso nel quale tecnologia e diritti non siano in contrapposizione.

Conclusione

Project Nimbus è una storia di modernizzazione che si è trasformata in un banco di prova per la democrazia digitale. Al centro non c’è solo il rapporto fra Stato e imprese tecnologiche, ma la struttura stessa di come vogliamo governare dati sensibili e intelligenze sintetiche.

Se vogliamo evitare che il cloud diventi un luogo opaco di potere, serve un dibattito pubblico serio e istituzioni che non si limitino a dichiarazioni di principio. Serve responsabilità tecnica, controllo indipendente e la volontà politica di mettere i diritti dei cittadini davanti alle strategie geopolitiche.